Ristrutturazione cognitiva dell’atleta dopo un infortunio

Su quali aspetti lavora lo psicologo dello sport?

La metà degli atleti dilettanti ogni anno sono costretti a rinunciare a una competizione perché infortunati (Garrick, Requa, 2003) e un quarto di questi infortuni richiede almeno una settimana di stop (Tamorri, Benzi, Reda, 2004).

Quando l’attività fisica è una parte fondamentale della vita, non poterla praticare peggiora drasticamente la qualità di vita dell’individuo. Quando lo sport è il tuo lavoro, le cose vanno anche peggio! La probabilità che un infortunio si verifichi purtroppo è piuttosto alta per chi pratica sport regolarmente, sia amatore che professionista. Basta un po’ di distrazione, un riscaldamento frettoloso, una sfortunata coincidenza…

Gli infortuni non sono unicamente riconducibili a fattori di natura fisica dell’atleta, ma anche a componenti psicologiche. È proprio in questo ambito che interviene lo psicologo dello sport che può lavorare sia dal punto di vista della prevenzione dell’infortunio sia dal punto di vista della “ristrutturazione mentale” post infortunio.

Fattori di prevenzione dell’infortunio

Lo psicologo dello sport viene spesso chiamato a lavorare con l’atleta che ha subìto un infortunio, ma è importante non pensare il suo contributo professionale limitatamente a circostanze di mancanza o criticità, perché l’obiettivo principale della psicologia dello sport corrisponde alla valorizzazione delle risorse secondo un approccio finalizzato e sistematico.

Ad esempio, riferendoci ad un intervento con l’atleta, si può lavorare su una condizione mentale avversa, come quella della fase post infortunio, ma possiamo ragionare secondo una prospettiva molto più ampia, promuovendo nell’ambiente sportivo una cultura rispetto all’area della preparazione mentale e riconoscendo l’importanza di uno sviluppo di consapevolezza delle risorse in relazione all’area tecnico-tattica, fisica e mentale.

Inoltre, una migliore preparazione mentale non solo diminuisce il rischio di infortunio, ma è anche fortemente in grado di influenzare, in senso positivo, un’eventuale fase di gestione dello stesso.

Numerosi studi hanno evidenziato che non sussiste l’ipotizzato tipo di personalità “accident prove”, ovvero inconsciamente predisposta all’incidente, ma di sicuro esistono variabili psicologiche che svolgono un ruolo preventivo verso l’infortunio ed altre che hanno un effetto predisponente. Fra i meccanismi alla base dell’aumento del rischio di infortunio vi sono fenomeni di tipo cognitivo e fisiologico di risposta allo stress (aumento della tensione muscolare, restringimento percettivo, incremento della distraibilità…) e le variabili psicologiche hanno un’influenza mediando tale relazione stress/infortunio (“modello stress-infortunio” di Andersen e Williams, 1998).

Differenze individuali nel modo in cui si percepisce e si risponde allo stress possono quindi proteggere l’atleta contro l’infortunio (variabili di personalità che svolgono un ruolo preventivo, rendendo il soggetto meno suscettibile agli effetti di fattori stressanti) oppure aumentarne il rischio. Una delle possibilità è costruire un profilo di rischio potenziale degli atleti (injury-risk-profile). Oltre a ciò, è importante incrementare nel tecnico la conoscenza delle abilità mentali dell’atleta coinvolte nella pratica sportiva: formulazione degli obiettivi, controllo dei pensieri, gestione dell’attenzione, modulazione dell’attivazione psicofisica, gestione dello stress, capacità di visualizzazione, gestione delle emozioni. Numerosi studi dimostrano come il loro sviluppo sia in grado di attenuare gli effetti negativi di fattori stressanti e avere così un ruolo di protezione rispetto all’infortunio.

La psicologia dello sport propone molte tecniche per prevenire, gestire e curare l’infortunio grave, in particolar modo per evitare l’instaurarsi della condizione di “impotenza appresa” che spesso si manifesta dopo infortuni gravi. È una condizione relativa al controllo di sé e alle situazioni circostanti: tanto più sento che la situazione non è gestibile, tanto meno sarò portato a reagire, sviluppando depressione e ansia.

Come intervenire sul post infortunio dell’atleta?

La psicologia dello sport offre molte tecniche, scientificamente supportate, per intervenire in quest’ambito.

Per esempio l’Imagery, riferite alla visualizzazione d’immagini/metafore relative alla guarigione come il “ghiaccio sul bruciore del ginocchio” e la concentrazione su immagini rilassanti (spesso relative a spazi bucolici) che promuoverebbero, secondo gli autori, la stimolazione del sistema parasimpatico (relativo al sistema di rilassamento ed equilibrio). Oltre alla tecnica dell’Imagery si può utilizzare il cosiddetto effetto Carpenter che si basa sull’immaginazione di un movimento, che determina una lieve stimolazione dei muscoli interessati dall’attività immaginativa. Il risultato è un rafforzamento e consolidamento della traccia mnemonica del movimento. Cioè in parole povere questa tecnica interviene nel ripristino della fascia muscolare interessata nell’infortunio. Inoltre si possono utilizzare le tecniche di spostamento del “locus of control” da esterno a interno, inducendo la sensazione di maggior controllo sull’accaduto, sul proprio futuro e sulle possibilità di ristrutturare in maniera funzionale la propria vita privata e sportiva; la capacità di gestione del focus attentivo relativo alla capacità di “distrarsi”, ascoltando musica, frequentando amici, trovando degli hobby transitori o meno, alternativi alla fase di “fermo”. È inoltre importante la consapevolezza che l’atleta ha delle proprie emozioni. Quali sono le emozioni che nascono dentro di lui? È in grado di riconoscerle e descriverle? Quali sono i pensieri che nascono nella sua mente in seguito all’infortunio? Attribuisce una responsabilità dell’accaduto a se stesso o ad eventi esterni (sfortuna, caso, destino)? Proietta nel futuro le conseguenze di ciò che gli è accaduto? Ed in che modo?

Tutto questo permette lo sviluppo della capacità di ristrutturazione cognitiva, ovvero la capacità di essere consapevoli dei propri pensieri e di essere in grado di manipolarli in base alle esigenze attuali. Colui che possiede una sviluppata capacità di pensiero positivo riesce a trasformare gli ostacoli, i propri limiti, le proprie paure, preoccupazioni e ansie in spinte motivazionali a superarli, rendendo il problema una vera e propria sfida.

Bibliografia

  • Andersen, M. B., and Williams, J.M. (1988). “A model of stress and athletic injury: Prediction and prevention”. Journal of Sport and Exercise Psychology.
  • Tavella S., “Psicologia dell’handicap e della riabilitazione nello sport”, Armando, Roma, 2012.
  • Tamorri S, Benzi M, Reda MA. “Psychology of sports injuries: review and descriptive study of élite rugby union players”. Ital J Sport Sci 2004; 11: 34-44.
  • Cardano D., “Mental Training. Gli elementi chiave dell’allenamento Mentale per la crescita personale e la gestione emotiva”, Bruno Editore, 2014.
  • Caron E., “Giocando con le visualizzazioni, il potere delle immagini”, Youcanprint, 2013.
  • Bassi G., “Il pensiero positivo nello sport”, libreria dello sport, 2003.
  • Bertini F., “Come prevenire gli infortuni nello sport amatoriale”, Bracciali editore.
  • Vitali F., “Il processo di recupero dell’atleta da un infortunio: il contributo della psicologia dello sport”.